Dove vanno a finire i sogni?

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Dove vanno a finire i sogni?

Mi capita spesso di essere nervosa durante la giornata, qualunque cosa io faccia, mi sento in ansia. Definirei l’ansia come una dimensione alternativa che riempie la normale linea temporale delle nostre vite, impossessandosi completamente del tempo, quando perdiamo il senso del nostro vivere.

A volte, immagino d’incontrare la me stessa bambina, in una scena nitida, priva di fraintendimenti. La bambina che ero mi osserva incuriosita, a tratti distoglie lo sguardo per osservare il mare. Vorrebbe chiedermi tante cose, ma è troppo timida e sente che emano spavento. Così, con naturalezza disarmante, si siede accanto a me, mi guarda di sottecchi, sorride e prendendomi per mano chiede: “Dove sono i tuoi giocattoli?”

Suppongo che dovrei concederle la verità, obbedendo almeno ai miei principi. Dovrei forse dirle di quando mamma li sistemò in cantina e marcirono in seguito ad un allagamento? Che fine ingloriosa per la scintillante Barbie e la sua corte di false amiche, che tragedia immane per la piccola città dei lego e la bambina così vera da non sembrare una bambola!

– I miei giocattoli sono finiti in un bel posto, se vuoi ti ci porto.

– Dove?

– Proprio qui. Di fronte al mare.

Bambina mare

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Esodo

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Siamo qui.
Sepolti.
Rinchiusi in questa bara in fondo al mare.
Siamo vivi, e già morti.
Siamo senza memoria né coscienza.
Privi di perdono per noi e per gli altri.
Peggio, siamo senza fiducia in alcun dio.
Ho sognato di stringere la mano di mio padre,
di togliere le catene dai piedi di mio fratello
e pettinare i bei capelli, ancora neri, di mia madre.
L’ho fatto. Giuro. Sono stata io a farlo.
Liberatrice di popoli resi schiavi dal tempo.
Ho scoperchiato i sepolcri e resuscitato i morti.
Sacerdotessa e divinità credente di me stessa.
Per essere forte, per esser guerriera,
ho tagliato la bella chioma d’onda marina,
e reciso i rampicanti dei miei desideri.
Ho fatto irruzione tra i potenti,
cantando le canzoni della mia infanzia.
Era già sera.

Ferragosto e dintorni

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Ferragosto e dintorni

Sì, questo post avrei dovuto pubblicarlo almeno una settimana fa, ma nell’anarchia che regna sovrana all’interno del precario governo della mia mente, spesso colpito da ripetuti golpe, va bene anche così. Non volevo buttar via un pensiero – no che dico? – un sentimento, provato pochi giorni fa. Nell’era dell’obsolescenza imperante, come sempre io mi pongo al di fuori di certe mode, certe logiche e, ammettiamolo pure, sfuggo al controllo del tempo tiranno. Insomma, non rompete.

Per i messinesi o i simpatizzanti della bella città siciliana addormentata sullo stretto, il quindici di agosto, ferragosto per tutti, è sacro. Sacro in tutti i sensi: per le ferie, il sole, il caldo, il mare e per la festa della Madonna Assunta. A queste latitudini è tradizione portare in processione la statua della Vergine, posta su una macchina votiva, chiamata “Vara”. Naturalmente, non si tratta di un’usanza solo messinese, ma in vari paesi, soprattutto nel sud dell’Italia, è possibile assistere a queste processioni nel giorno della celebrazione del Santo Patrono.

Fin qui niente di strano, tutto molto bello: bancarelle, dolci, prodotti tipici, sacro e profano che si mescolano in una festa, ultrapopolare sì, religiosa quanto basta, tradizionale e folcloristica nelle sue sfumature di marcata messinesità.

Se ne dicono tante sulla Vara e sulle sue celebrazioni, a partire dai finanziamenti per l’organizzazione della festa fino a coloro che si occupano di portarla in trionfo per le via della città. Ogni anno fioccano polemiche come se nevicasse, e la festività, tanto nel suo significato primario, quello religioso, quanto in quello altrettanto importante dell’identità zanclea, viene oscurata da ripicche, dispetti e scaricamento di responsabilità.

Anche quest’anno, a Messina, è stata celebrata l’Assunzione di Maria Vergine, solito bagno di folla, melting pot di razze, culture e stati sociali. E allora dove sta la novità? Ve lo dico subito: io non c’ero. Ebbene sì, per il primo anno ho abbandonato le ciabattine e gli abiti sciatti, equipaggiamento da processione (sapete che sudate si fanno?), e sono andata fuori, nella non troppo lontana Catania.

Non volevo scappare dalla mia città, solo che dopo sette anni di Vara, seguita dall’inizio alla fine, forse ti viene un po’ voglia di cambiare.

Ti viene il desiderio lecito, per chi come me viaggia poco per mancanza di disponibilità economica – e non, come pensano in molti, che non mi piaccia viaggiare!Che assurdità, a chi non piace viaggiare? – di porti all’esterno e guardare la tua città, una città che ami, che nonostante i grossi problemi dai quali non riesce ad uscire, è sempre una meraviglia ai tuoi occhi; e non solo per motivi affettivi.
Grazie a questo se pur breve distacco, ti rendi conto che Messina è una città dalle infinite potenzialità, perlopiù inespresse, che se le altre città sono belle e danno tanto, Messina potrebbe dare anche di più. Eppure sta lì, ferma, addormentata, depredata di tutto o quasi, da chiunque arrivi ad insediarsi al comando.

Fuori dagli eccessi di sentimentalismo, fuori dal patetismo più spinto e dalla retorica, in cui si rischia di scadere quando stringi i pugni e vedi una città che annaspa, ma prova a reagire all’avanzato declino. Fuori dall’applauso facile, posso dirvi sinceramente che mentre stavo lì, a Villa Bellini, al centro di Catania, mentre mi trovavo in alto, sulla terrazza del parco, il mio guardo di perdeva all’orizzonte, alla ricerca dello stretto. Ero altrove, ma cercavo Messina. Intossicata dalla sua bellezza devastante e dal suo splendore oscurato.

Due parole sull’arte e l’essere artisti

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Due parole sull’arte e l’essere artisti

Non mi interessa ottenere il facile plauso della gente, diffondendo idee falsamente rivoluzionarie, sulla scorta di un ribellismo dettato dalla moda del momento. Né sono capace di facili rime, prese in prestito alla pubblicità. Un’artista, poeta, evocatore di emozioni – chiamatelo come vi pare – non è capace di una produzione in serie di opere d’arte; non può e non deve piegarsi alle leggi del consumismo commerciale o di un’arte da fast-food da raffazzonare in fretta e buttar giù anche più rapidamente; andrà certamente di traverso! Nella vasta e continua produzione forzata dalla ricerca spasmodica della glorificazione, capiterà di scadere nella banalità più insensata, ma come spesso capita, ahimè, l’elogio arriverà comunque, perché il popolo degli affezionati mediocri continuerà ad encomiare simil opere. L’unico linguaggio letterario, artistico e finanche scientifico che conosco, parla attraverso il cuore e se questo vi sembra retorico, non avete mai goduto della calda sensazione si pienezza che si prova quando si fanno le cose con passione. E credo, altresì, che tutti siano potenzialmente artisti, ma non tutti lo sono, nei fatti. Concludo, affermando, che si potrebbe anche realizzare tanto in momenti colmi d’ispirazione ed effondere, in briciole, il preziosissimo prodotto del nostro intelletto. Una strategia di marketing mica male, tuttavia non priva di falle. Una sola via suggerisco all’artista, quella di essere e agire per sé, senza sottomettersi alle regole e ai gusti del mondo livellatore.

Ogni follia ha la sua storia

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I suoi lunghi capelli castani, appena screziati di grigio, sciolti sulle spalle e legati in modo fanciullesco sulla parte superiore della testa, le conferivano un’aria decisamente giovane. Sebbene quelle venature canute rivelassero qualche anno di più o, semplicemente, un invecchiamento precoce.
Mi dava le spalle, rivolta verso lo sportello del casellario giudiziario. Parlava con un’impiegata, annoiata e stanca di ripeterle sempre la stessa solfa:”Non possiamo aiutarla, deve rivolgersi a…”
Io non riuscivo a carpire tutte le parole della donna estenuata dalle insistenti richieste della pretenziosa cittadina. Seguitavo ad osservarla, però, perché il suo aspetto aveva qualcosa di sinistro e pietoso insieme. Una giovane precocemente invecchiata o una vecchia ostinatamente giovane: il dilemma era avvincente.
Tuttavia non ero sufficientemente motivata a scoprire l’arcano, volevo i miei certificati, il prima possibile. Dato che la donna, dall’età indefinibile, continuava a ripetere frasi sconnesse in un tono sempre più incalzante, facendo perdere tempo sia a me che alle impiegate, mi appassionai al suo caso. Avevo compreso che non si poteva far altro che aspettare, così mi appoggiai svogliatamente allo stipite della porta con le braccia conserte: espressione massima del mio disappunto.
La sconvolgente creatura si esibiva in un quasi monologo, di tanto in tanto interrotto dai dinieghi delle impiegate, profondendosi in invettive contro fantomatici stalker, persone che “mi seguono ovunque vada”, aveva dichiarato, con fare esaperato. “E mia madre, mia madre vive sola in via Ghibellina. Questi entrano e rubano, fanno quello che vogliono…”, giustificava così la sua indignazione e la richiesta d’aiuto. A chi? A qualcuno che avesse a che fare con la giustizia, i magistrati, le istituzioni. Chi poteva aiutarla?
Nella mia mente si affollavano svariate congetture. Per qualche istante, mi ritrovai a chiedermi di chi stesse parlando. Chi erano questi tizi loschi che perseguitavano lei e sua madre? E come poteva la giustizia lasciare che facessero impunemente razzia dei beni della sfortunata donna?
Devo dire che per me era straordinariamente arduo concentrarmi sulle parole, e non indugiare sui pantaloni da mimetica, la canotta di un celeste stonatamente vivace e quelle caleidoscopiche scarpe da ginnastica. Alla fine, però, riuscii ad estraniarmi dalla stramba figura e dai suoi deliri persecutori.
Il mio sguardo si spinse più in là, oltre la sua spalla, ad incontrare gli occhi furibondi dell’impiegata, che non appena notò che la osservavo, speranzosa, mi chiese cosa desiderassi. In un sol colpo avremmo liberato due persone! Così, mi avvicinai allo sportello con passo malfermo, le arrivai alle spalle; non si mosse, non girò la testa di lato per guardarmi, continuò inesorabilmente la sua invettiva. L’impiegata m’invitò ad entrare dentro l’ufficio, per firmare i documenti. Quando i nostri sguardi si incrociarono nuovamente e, con l’ultima spiegazione, la pazza venne allontanata definitivamente, la dipendente rispose ad una domanda mai posta:”Sa il caldo…”
Alludeva chiaramente al comportamento sconveniente della cittadina reclamante. Io non so dire se tacqui e continuai a scrivere o le feci un sorriso di circostanza.
Uscita dal tribunale mi ritrovai la pazza dietro, portava grossi occhiali scuri e borbottava tra sé. La distanziai parecchio e mi fermai al semaforo. Lei mi raggiunse, rimase di fianco. La osservai per un po’ con la coda dell’occhio, infine tornai a guardare il semaforo dinanzi a me. Quando tornai a cercarla con lo sguardo, era sparita, volatilizzata. Mi girai istintivamente a cercarla in tutte le direzioni verso cui potesse essersi allontanata: nulla.
Tornando a casa il mio pensiero la mise a fuoco e mi domandai ancora se era davvero pazza, o semplicemente più saggia e avveduta degli altri. Mi chiesi se quelli che la seguivano, e entravano e uscivano da casa di sua madre, non fossero in realtà i suoi demoni più spietati. E in ultimo, se ci fosse giustizia, umana o divina, in grado di difenderla.

Diario di una trentenne non ancora maggiorenne#2

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Diario di una trentenne non ancora maggiorenne#2

Avete mai avuto momenti di crisi acuta? Di quelli in cui ci si guarda allo specchio e si vorrebbe vomitare perché scorrendo la vostra tracagnotta figura malferma, dalla testa ai piedi, vi trovate pigri, insoddisfatti e noiosi?

Don’t worry! Gli psicologi più accreditati sostengono che questi momenti di bassa autostima servano a mantenere l’equilibrio nell’economia della nostra personalità. Sentirsi troppo sicuri di sé? Nooo, Gesù non vuole! Credersi delle schiappe in debito col mondo? Nooo, altrimenti non si va da nessuna parte! E allora?Che resta da fare?

La cosa più semplice da fare, la si trova anche su un manuale di psicologia per dummies (stupidi, lo scrivo in inglese così fa più figo),  è guardarsi intorno. Magari provare ad emulare figure di successo, anche giovani che hanno un bel rapporto col proprio aspetto, sono sicuri di sé e dimostrano di essersi affermati, oppure sono in fase di raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Devo, però, confessare quanto sia difficile trovare dei modelli validi, e questo per svariate ragioni, una su tutte: il bell’aspetto non sempre ha un valido corrispettivo interiore, vi faccio un esempio tratto da esperienze personali.

Entro in una farmacia, in preda ad un violento raffreddore, chiedo consiglio alla farmacista: una ragazza di gradevole aspetto, forse anche al di sopra della norma, e piena di zelo.

Le chiedo: “Avverto sintomi influenzali e un principio di  raffreddore dalla forte componente allergica, cosa mi consiglia?”

Lei mi guarda con terrore, è evidente che l’ho presa alla sprovvista, ma ce la fa a rispondere: “Per i sintomi influenzali abbiamo l’Efferalgan!”

Io, dubbiosa, replico:” E per il raffreddore?”

Lei, in preda ad una crisi di panico:”Va bene anche per il raffreddore…”

Ormai al limite della sopportazione, aggiungo: “Sì, ma per i sintomi di un raffreddore in forma violenta, dalla forte componente allergica?”

Lì, la fighetta non ce la fa più. Ha un tracollo, la vedo boccheggiare e continua a biascicare: “Efferalgan…!”

Dammi questo cazzo di Efferalgan e non se ne parla più, mi verrebbe da dirle, ma non lo faccio per decenza e, forse, perché in fondo mi fa pena. Mentre prende i miei soldi e mi dà lo scontrino, la osservo di sottecchi. Bella ragazza, capelli lisci, perfetti, incarnato luminoso. Alta e snella: una fotomodella. Ha una laurea in farmacia e lavora.

Sto quasi per rimuginare sui cuscinetti che ho sotto il sedere e i miei occhietti piccoli, con i capelli indomabili e i polpacci da calciatore, quando sulla porta vengo colpita da un improvviso moto di orgoglio: “Ehi, però io un cervello ce l’ho!”

Così, le rispondo mentalmente: “Ciao bella, io non curerò certo il mio raffreddore allergico con questa roba, ma, per il futuro, ti consiglio meno piastra e più farmacia!

Sarebbe interessante raccontarvi anche di quell’altra volta, in ospedale, in cui Barbie mora in persona venne al mio capezzale, vantandosi delle mie capacità di ripresa dopo aver subito un intervento. Io me ne stavo lì, supina sul letto, vittima di conati di vomito regolari, postumi dell’anestesia, e con un problema non da poco: non riuscivo a farla nella padella! Embè? Che c’è da ridere? Provateci voi a farla in una specie di paletta di plastica, mentre state sdraiati sul letto! Il problema è che dovevo urinare, ma non potevo alzarmi perché sarebbe stato pericoloso, legata alla flebo, e se non avessi urinato, mi avrebbero fatto un’altra flebo e così all’infinito.

La suddetta Barbie, con i suoi morbidi capelli corvini, fece il suo ingresso ancheggiando e pavoneggiandosi col professore di turno. Le lunghe ciglia nere, proliferanti sui suoi occhi da cerbiatta, ondeggiavano ad ogni battito di palpebre, i capelli erano talmente lunghi da arrivarle al sedere, il suo tono di voce suadente e accattivante e i  tacchi vertiginosi. Bella la presentazione fatta per impressionare il professore, mentre io quasi morivo per deflagrazione di vescica.

Purtroppo, in quel frangente, il mio buon senso non funzionò e rovinai la discussione della tesi di laurea, pardon, la pantomima di Doctor Barbie, con un’incisiva rimostranza: “Devo andare al bagno!” I due, sorridendosi complici, risposero che era normale e che dovevo avere pazienza.

Epilogo: Dopo qualche minuto andai in bagno, col supporto di mia madre, che reggeva la flebo. Urinai, e poi vomitai.

Non dimenticherò mai il mio incontro con Barbie specializzanda, è esattamente quello che mai vorrò essere.

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Diario di una trentenne non ancora maggiorenne#1

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Diario di una trentenne non ancora maggiorenne#1

Nelle mie folli elucubrazioni di trentenne irrisolta, riflettevo sul progressivo diradarsi delle possibilità offerte alla gente della mia età. Si fa un gran parlare di lavoro per i giovani, opportunità di impiego, garanzie per la costruzione di un futuro, eppure a chi, come me, ha trent’anni o poco più, tutto è negato.

Me ne sono resa conto già da molto tempo, ma ogni giorno giungono nuove conferme ad intaccare quella labile speranza di trovare il lavoro per il quale si è tanto studiato, o semplicemente riuscire a fare un mestiere qualsiasi; tutto ciò appare come una dissennata utopia. E scalvacando i pregiudizi sulla società e il sistema di corruzione imperante nel nostro paese, stornando lo sguardo dagli abominevoli successi di persone senza arte né parte e ignorando i tentativi falliti nella ricerca, pur effettuando tutte queste scremature forzate, non riesco a non avere un tracollo interno. Un oggettivo desiderio di ribellione, anche violenta, nei confronti di questo stato di cose.

Troppo spesso mi sono messa da parte, considerandomi inadatta a determinati ruoli, al ricoprimento di certe mansioni, oppure tentando mollemente, e cadendo vittima di autosabotaggi dettati da una bassa autostima, vedevo passare davanti a me: l’amico di Tizio, il compare di Caio o lo spregiudicato di turno.

Oggi, i trentenni si trovano in un grande buco nero: non sono più ragazzi, ma neanche adulti. Sono dei soggetti civici, ma non posso decidere realmente della propria vita. Non c’è spazio per loro, in un paese in cui gli anziani sono in maggioranza e i giovani, che sono il futuro, attirano tutte le risorse. E i trentenni? Noi dove stiamo? Nel limbo? Avete presente le anime vissute prima della venuta di Cristo? Ebbene, quando c’era il lavoro, non c’eravamo noi e viceversa. Perché il lavoro c’era, vero? Ne sono certa, non può essere solo una fiaba.

Qui, al sud, la disoccupazione è sempre stata un problema, ma non trovare spazio neanche al nord o addirittura fuori dall’Italia, nei paesi cosiddetti “avanzati”, è una novità tutta degli ultimi anni, con la crisi dell’economia mondiale, la globalizzazione…

Poi ti guardi intorno e vedi loro, quelli che vengono dalla fame nera, dalle zone di guerra, le terre di nessuno. Vengono qui con la loro valigia piena di disperazione, tubercolosi e speranza. Tu li osservi, se ce la fai.  E pensi che in fondo sei fortunato, pensi che una speranza ce l’hai, hai ancora la possibilità di vivere e realizzarti. Allora, stringi forte i pugni e continui a tentare, a dispetto delle porte in faccia e dello strapotere dei signorotti.

Improvvisamente realizzi che: siamo in trincea e resistiamo, siamo trentenni non ancora maggiorenni con un cuore da avventurieri.

*Doverosamente serio, questo primo capitolo di riflessioni  sulla condizione di noi trentenni, prenderà decisamente una piega più leggera e ironica nelle puntate successive.

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